Intervisa per Artigianauti | dic. 2018

A cura di Serena Ciarcià

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Qualche anno fa, visitando Abilmente il salone della creatività manuale, ho conosciuto le opere di Ilaria Margutti. Metri di tessuto srotolati sulle pareti grigie con un filo rosso che su essa ricamava figure femminili. Volti dettagliati, con uno sguardo sereno, intente a cucirsi addosso parti di se. Sono rimasta lì a lungo a seguire i percorsi segnati da quel filo. Ad emergere non è la tecnica, non è la materia prima, ma è la narrazione, la storia che racconta Ilaria. Mi ero ripromessa di continuare a seguirla e così vi propongo oggi l’intervista che ne è venuta fuori.

 

Le domande hanno tirato fuori un lungo e interessante racconto; una conversazione intima, narrata così come le sue opere. 12 risposte in cui Ilaria racconta sé stessa, il suo percorso, l’avvicinarsi al ricamo prima per tanti anni ripudiato e poi il legame con la figura femminile, l’avvicendarsi lento di nuove scoperte e la trasformazione di spazi abbandonati in luoghi di promozione per l’arte contemporanea.

Il Tempo è uno degli aspetti più importanti nelle opere di Ilaria ed è anche per questo che la lettura dell’intervista richiederà del tempo. Non seguiremo stavolta le regole della scrittura online, non ridurremo tutto a una cartella di 1.000 parole. Prendetevi qualche minuto e scoprite in queste parole la Fiber Art di Ilaria Margutti.

 

I luoghi della tessitura, proprio perché si trovavano accanto al focolare, erano anche i luoghi della narrazione, del tramandare le storie dei miti, delle fiabe e di conseguenza erano i luoghi dell’immaginazione, o perlomeno di ciò che l’alimentava.

 

Si può spaziare molto lontano con la mente mentre si ricama o si ascoltano storie… si entra in un infinito mondo interiore che è vasto tanto quanto quello esterno. Ecco, lavorando con il filo, dentro una sorta di vuoto silenzioso, mi sono resa conto che questo grande vuoto è uno stato mentale molto fertile per la creazione e di conseguenza, mi è diventato indispensabile.

I.M.

1. Qual è il tuo pensiero in riferimento alla Fiber Art odierna?

Il linguaggio della Fiber Art è variegato e complesso e spesso si intreccia così fortemente con l’artigianato che diventa difficile stabilire il confine tra arte, ricerca intellettuale e materia, ma di sicuro è un mondo profondamente affascinante. Nonostante non sia ancora ritenuta al pari delle cosiddette “arti maggiori”, all’estero Paesi come la Francia, l’America Latina e più recentemente la Cina e il Giappone riservano molta attenzione alla fiber art. Anche in Italia sono sorte molte realtà con l’obiettivo di sensibilizzare l’importanza di questo linguaggio artistico.

 

2. Qual è stata la tua formazione?

Sono diplomata all’istituto d’arte in tessitura e stampa su stoffa, poi all’accademia di Belle Arti di Firenze, pittura, perché ne avevo abbastanza del telaio, del filo e di tutto quello che riguardava un lavoro creativo riferito al femminile. La tessitura, il ricamo e tutto ciò che aveva a che fare con le mansioni “casalinghe” della donna che stava a guardia del focolare familiare, erano elementi che respingevo, sentivo che la mia natura era altrove, era fuori dall’alveolo della casa.

 

I miei modelli erano tutti pittori maschi (anche perché di donne ce ne sono ben poche nella Storia dell’Arte). Amavo la pittura fiamminga, Rembrandt in particolare e poi Lucian Freud, Francis Bacon, tutto quello che in maniera cruda e senza vezzi, mostrava lo stato dell’essere umano, la sua carne, il suo degrado, le paure, tutto ciò che indagava nelle profondità inconsce della nostra esistenza. Amavo la Pittura di Velasquez, Rubens, l’espressionismo in genere e pittori come Emile Nolde, Munch e tra i contemporanei, Kiefer.

 

3. Come è avvenuto l’incontro con il ricamo?

Il filo è arrivato silenziosamente nel 2007, grazie a un incontro con una donna, maestra di ricamo, che ha saputo mostrarmene un altro lato, fino a quel momento ripudiato. Senza tradire le mie tendenze artistiche e la mia ricerca di chiarezza, lentamente ho capito che c’era un aspetto di quel lavorare in silenzio, che non avevo mai preso in considerazione.

Ho iniziato a rendermi conto che il mio lavoro aveva solo dei “maestri”, ma mancavano le “maestre”, mancavano le donne, le artiste.

 

4. Raccontaci i tuoi primi ricami.

All’inizio non sapevo nemmeno tenere un ago in mano, ma ho preparato dei disegni che mi ricamava Rosalba Pepi, la mia maestra. I disegni erano degli autoritratti che mi vedevano impegnata a “ricamare” i contorni del mio viso e del mio corpo, come se stessi tentando di definire un’identità fino ad ora tenuta repressa, celata, come fosse una vergogna.

Dopo qualche tempo è nata spontanea la necessità di prendere quegli strumenti in mano e imparare, o perlomeno provare a dare alla mia esigenza, la mia cifra stilistica. Così sono nati i primi ricami che all’inizio erano perlopiù realizzati a macchina, poi ho cominciato a lavorare a mano inserendo altri elementi naturali o materiali diversi, come ad esempio la garza o a lasciare l’ago tra le mani delle figure rappresentate che si “rammendavano” o si ridisegnavano il profilo del proprio corpo con il filo, in una ricerca dolorosa e coraggiosa della loro identità.

 

5. Le figure femminili sono un tema ricorrente, vuoi raccontarci?

Le mie figure femminili sono tutti ritratti; parto dall’immagine per scavare dentro le loro storie di vita. Le donne si narrano, ne hanno un’esigenza esistenziale. Trovo questo lato del femminile di una bellezza profonda. Questo aspetto della narrazione è strettamente legato al filo.

Ho iniziato a ricamare su un lenzuolo antico tessuto a telaio, brani di diari che alcune donne mi hanno donato. La scrittura è quasi del tutto illeggibile, perché riporto i loro segreti senza spaziature e senza punteggiatura. Il senso non è leggere ma percepire il tempo silenzioso della trascrizione ricamata, della cura e del tempo che ho impiegato per ogni lettera trascritta, perché ogni lettera fa parte della narrazione totale. Nello stesso momento in cui si dona un pensiero, quel pensiero non ci appartiene più, ce ne liberiamo e siamo già altrove.

Per questo le donne hanno premura di narrarsi, per avere modo di liberarsi al più presto del peso che le costringe a stanziare in sé stesse.

 

6. “Fioritura estrema”, raccontaci la serie di opere.

Mi sono lasciata ispirare da un passo tratto dal secondo diario di Anais Nin.

Voglio completare, trasformare, proiettare, espandere, approfondire.

Voglio questa fioritura estrema, che viene dalla creazione.

In questi ritratti, ho ricamato delle giovani donne in un momento di passaggio importante della loro vita, ho immaginato i loro corpi come se fossero boccioli dai quali spuntano rami, spine, fiori ispidi e graffianti dello stesso colore del corallo o del sangue. Lo schiudersi del bocciolo è un passaggio di estremo dolore, ma di profonda metamorfosi, provoca una lacerazione per dare modo alla fioritura di espandersi. Una fioritura perpetua, radicata dentro la vita, che non cesserà mai ripetersi.

 

7. Il filo che unisce, che cura le ferite, che collega le distanze. Spesso lasci appositamente ago e filo in mano ai soggetti raffigurati. Cosa rappresenta quel filo?

Il filo ci unisce a tanti significati, si usa questa parola per associarla a stati emotivi, ai legami, alla resistenza, al mito, il filo è linguaggio, ma è anche lo strumento che ha permesso all’essere umano di spogliarsi della pelliccia cacciata per vestirsi di stoffe intrecciate. La tessitura, è dunque il prodotto di una dimostrazione di alto ingegno, non solo per l’intreccio che genera ma per la complessità dello strumento che la fabbrica: il telaio.

Il filo cuce, unisce, rammenda, ma è anche il simbolo più antico dell’ingegno umano e credo che a inventarlo sia stata per forza una donna, visto che poi lo ha tessuto talmente tanto da essere diventato la sua prigione.

Del filo mi affascina il suo legame con la mitologia e tutta quella ritualità che lo avvicina agli Dei, intrecciandosi tra la necessità e il simbolo.

 

8. Quale tecnica di ricamo preferisci utilizzare per “illustrare” con il filo?

Non ho una tecnica in particolare, anche perché non solo non mi ritengo una ricamatrice, ma soprattutto non voglio che la tecnica prevalga sul contenuto. Amo la pulizia, la chiarezza, la sintesi e la precisione, quindi sono consapevole che le mie opere seguono un ordine molto rigoroso, del resto vengo dalla pittura e vivo nella città dove è nato Piero della Francesca. Uso pochi colori e alterno il ricamo a mano con quello a macchina, mi piace sperimentare, ma ho le mie regole compositive e dunque voglio che tutto segua uno schema ben preciso.

Lo scopo del mio lavoro è quello di narrare la vita interiore attraverso l’immagine e la scrittura. Se il filo nasce nella narrazione, voglio mantenere viva la sua origine.

 

9. La realizzazione immagino richieda tempo, si tratta di un lavoro paziente, minuzioso. Ci racconti il tuo rapporto con il tempo e come questo dialoga con i tuoi lavori?

Ho imparato ad attendere.

L’attesa è una condizione che impone molta disciplina, perché non puoi affrettare nulla, si può solo andare avanti seguendo il ritmo del tempo necessario. L’attesa rende più forti e consapevoli, non permette molto margine di errore e quindi prima di procedere devo avere molto chiaro quello che andrò a fare, ma allo stesso modo lascio che anche il caso faccia la sua parte, perché durante l’esecuzione dell’opera, ho imparato a lasciare spazio alla sperimentazione e alla casualità.

A volte passa così tanto tempo per portare a termine un lavoro, che può capitare di sentire il bisogno di modificare in corso d’opera i parametri che mi ero posta e questo mi piace molto, altrimenti tutto sarebbe troppo meccanico. Ho messo a punto molte procedure in questa maniera, lasciando che il tempo non solo trasformi il lavoro, ma anche me stessa.

Il ricamo genera un battito, quello del filo che passa la tela e dell’ago che la fora, questo battito è simile al ritmo del respiro, allora è come se tutto intorno a me rallentasse e si ampliasse… Il tempo è ritmo, è intreccio, è pensiero. Carlo Rovelli nel suo libro “L’ordine del Tempo”, dice che non è possibile misurarlo lungo una linea continua, ma è una specie di rete nella quale “le cose evolvono le une rispetto alle altre”, ecco, ricamare è un accadimento di cose che lentamente si evolvono, si trasformano e si manifestano, le une rispetto alle altre.

 

10. So che ti occupi anche di un progetto di diffusione e promozione dell’arte contemporanea, di cosa si tratta?

Il progetto si chiama CasermArcheologica ed è un processo di rigenerazione urbana che è iniziato circa cinque anni fa.

Nel 2013, l’assessore alla cultura, mi mostrò un luogo abbandonato nel mezzo del centro storico di Sansepolcro accanto al Museo Civico nel quale è conservata la Resurrezione di Piero della Francesca. Un luogo abbandonato da circa 30 anni all’interno di un palazzo cinquecentesco appartenuto a una nobile famiglia biturgense, ora del tutto scomparsa.

Oltre che artista, sono anche insegnante di Disegno e Storia dell’arte al Liceo Scientifico di Sansepolcro e, assieme ad alcuni miei studenti dell’epoca, passammo le vacanze di Pasqua a ripulire le sale del palazzo dalla polvere e dalle macerie. Nel giro di qualche mese, ci organizzammo una mostra dove i miei allievi e alcuni bravi artisti provenienti un po’ da tutta Italia, esposero le loro opere. Io avevo fatto realizzare ai miei studenti un percorso di studi sull’arte contemporanea e loro avevano tenuto un quaderno che era diventato un po’ una specie di diario, nel quale i ragazzi dialogando con le opere, avevano portato fuori la loro personalità più profonda. Così decisi di esporre proprio quei quaderni, così densi di vita!

 

Da quel momento non sono più riuscita ad abbandonare di nuovo quel palazzo e, nel 2016, grazie al contributo professionale della mia collega e amica Laura Caruso, abbiamo deciso di partecipare al Bando Culturability, finanziato dalla Fondazione Unipolis, sperando di vincere un finanziamento che ci permettesse di rendere agibile il palazzo e poter continuare a portare avanti questa bella energia che si era sviluppata spontaneamente, dal basso, dai cittadini, dalle persone e dai miei giovani studenti.

Quel bando non solo lo abbiamo vinto, ma oggi Casermarcheologica è un luogo attivo che si propone di realizzare:

  • il primo spazio espositivo e laboratoriale in Valtiberina dedicato ai linguaggi delle arti contemporanee, attraverso percorsi di co-creazione condivisi con gli artisti, i ragazzi e i professionisti culturali del territorio, in continuo scambio con la cittadinanza.
  • Un co-working, dedicato a giovani professionisti che possono avere un luogo di lavoro in un contesto di collaborazione e sostegno progettuale.
  • Formazione, continuativa e permanete, per immettere nuove competenze e per favorire un proficuo scambio di saperi.

In questo contesto, Casermarcheologica è stata selezionata tra le varie realtà di rigenerazione delle aree interne degli Appennini da Mario Cucinella, all’interno di Arcipelago Italia, per la sedicesima Biennale di architettura di Venezia nel Padiglione Italia. Un traguardo importantissimo per noi, perché ci indica che la direzione che abbiamo intrapreso, è quella giusta.

A me piace pensare che questo progetto sia molto affine al mio lavoro di artista tessile, perché anche Caserma è tenuta assieme da un filo che si intreccia con il tempo, la vita, le persone e la narrazione. www.casermarcheologica.it

11.  Quale libro consigli a chi ha voglia di conoscere e approfondire la Fiber Art?

Consiglierei un’artista: Maria Lai.

Ma volendo anche molte altre… se vuoi faccio una lista

Chiharu Shiota, Beili Liu, Louise Borgeois, Ketty Tagliatti …continuo? 🙂

 

Attualmente ho alcuni lavori presso la Galleria Gagliardi di Sangiminiano, altre le ho sistemate in un piccolo spazio che mi sono ritagliata dentro Casermarcheologica a Sansepolcro, e poi presto ne avrò altre in giro per l’Italia esposte in alcune collettive:

Il 1 dicembre inauguro una mostra collettiva a Biella a cura di Irene Finiguerra e BI-BOX Art Space  che durerà fino a metà gennaio.

Sempre il 1 dicembre alcuni miei lavori saranno esposti anche a Martina Franca in Puglia in una mostra dal titolo Arte sul Filo a cura di una brava designer, Ida Chiatante.

Poi il 24 gennaio inaugura la mostra Segrete presso le ex-carceri della Torre del Palazzo Ducale di Genova a cura di Virginia Monteverde, dove porterò un lavoro realizzato proprio per questa occasione, dedicata alla shoah.

E poi naturalmente ecco  il mio sito www.ilariamargutti.com.