Ricami di Spazio: costruire parità nella convivenza delle differenze | Giulia Cellie
Ricami di Spazio: costruire parità nella convivenza delle differenze
Figlie dell’Infinito: rompere la centralità del maschile
All’interno del dialogo tra il seminario e la mostra Figlie dell’Infinito le opere di Ilaria Margutti, ispirate al lavoro delle donne scienziate, hanno restituito la forza di una prospettiva capace di rompere la centralità del maschile. Più che un gesto celebrativo, la ricerca di Margutti si configura come un dispositivo di interrogazione, che mette in crisi le gerarchie del sapere e invita a ripensare il rapporto tra visibile e invisibile, tra conoscenza scientifica e dimensione simbolica. L’invito è a coltivare la propria forza, a credere nelle proprie capacità e a mantenere viva la curiosità verso il funzionamento del mondo, libere da timori indotti da sterili retaggi ingabbianti.
L’infinito evocato nel titolo non è una categoria astratta, ma un’esperienza che apre a orizzonti nuovi e a costruire ponti dove la società alza muri: la possibilità di ideare mondi in cui la realizzazione di sé possa avvenire senza limitazioni di genere, senza incontrare barriere ingiustificate. Le relazioni cosmiche indagate dall’artista raccontano un’armonia antica e un potenziale femminile che attraversa lo spazio. Le opere esposte parlano di ricerche scientifiche e di intuizioni femminili che hanno scavato nelle leggi dell’universo e intravisto brandelli di ordine nel caos dell’ignoto.
Collegando passato e futuro, il messaggio dell’artista si sofferma sulla forza e la resistenza femminile, narra del potenziale che sebbene marginalizzato – e a volte occultato – persiste come una forza creatrice latente, pronta a riemergere e rigenerare il tessuto della realtà. L’arte di Ilaria Margutti indaga e connette. Non divide, ma integra, con la consapevolezza che ogni forma è incompleta, ogni sapere è in relazione, ogni confine è un passaggio. Le sue trame diafane – tessute di tempo e sensibilità – diventano un dispositivo per riflettere a tutto campo sul senso delle connessioni: tra le persone e tra la dimensione sensibile e quella razionale della conoscenza.
Con questa forza, fondata sull’empatia, sul pensiero critico e sulle relazioni, è capace di infrangere schemi consolidati, per rinnovarli. A partire dalla scelta di espressione attraverso una materia e una tecnica da secoli caricate di un potenziale metaforico altissimo: il tessuto e il ricamo.
Il filo che trapassa il tessuto ha il valore di un diagramma spaziale, una forma di calcolo poetico per contestualizzare il percorso umano nell’universo. Ogni punto ricamato è una decisione geometrica e, al tempo stesso, una sospensione contemplativa. L’ago diventa un’estensione della mente che attraversa il confine tra corpo e idea, tra calcolo e intuizione, tra il caos e l’ordine. Entrare nel mondo dell’arte per Margutti ha il senso profondo di esplorare il mondo da un altro punto di vista, addentrandosi nella parte nascosta del reale. Il ricamo, spiega l’artista, ha una mappa visibile e insieme registra il movimento della mano sulla parte che sta dietro: «In un tessuto ricamato vediamo i punti divisi e poi appena lo giriamo troviamo che tutti i fili sono collegati. È su questo invisibile che noi ogni giorno camminiamo».
Il retro parla di movimento, di percorsi: è la mappa delle decisioni, dei gesti, delle scelte fatte per ottenere la soluzione ottimale. Guardarlo significa allora scoprire un sistema di punti collegati, metafora della rete di connessioni che ci avvolge, invisibile ma fondamentale.
Cambiare punto di vista: quando le differenze diventano spazio condiviso
Ogni volta che guardiamo le cose da un’angolazione nuova o con una mentalità diversa, riusciamo a scoprire possibilità che prima non vedevamo. Cambiare prospettiva ci permette di superare i limiti che pensavamo esistessero e di avvicinarci un po’ di più a ciò che prima sembrava incomprensibile o irraggiungibile.
La doppia prospettiva che dà il titolo alla giornata di studio richiama lo sguardo libero di muoversi verso ogni direzione. Doppia come la percezione umana, che si avvale di cervello e cuore, perché la persona è un equilibrio di ragionamenti e emozioni, logica e creatività e, in questo senso, va intesa nella sua interezza. Doppia perché apre uno spazio in cui la dualità tra esigenze individuali e quelle della società in cui viviamo si ricompone nell’incontro e nel dialogo. Da questa dinamica scaturisce la forza di superare barriere, condizionamenti e pregiudizi.
Lo spazio condiviso non nasce dall’omologazione, ma dal valore riconosciuto alla pluralità di sguardi e alla sintesi tra competenze e talenti diversi. È qualcosa che va oltre il luogo fisico: è lo spazio in cui ogni persona può esprimere la propria voce, offrire il proprio contributo umano e professionale, elaborare cultura attraverso il confronto autentico. Uno spazio che esiste proprio perché le differenze si riconoscono, interagiscono e diventano la trama di una comunità capace di crescere.
