Antigone non cuce più. Confessione sulla disobbedienza
Ricamo a mano su tela, 45×900 cm, finito nell’ottobre 2025

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Questo lavoro nasce da un dialogo immaginario e necessario con Antigone.
Non quella del mito classico, ma la figura che Luce Irigaray ha restituito attraverso una lettura radicale e relazionale, sottraendola al ruolo dell’eroina tragica votata al sacrificio.
Qui, Antigone è la donna che custodisce un ordine sacro e incarnato, non scritto, che precede la legge dell’uomo e ne rivela i limiti.

In All’inizio, Lei era, Irigaray si oppone alla lettura hegeliana che riduce Antigone a passaggio dialettico tra famiglia e Stato.
La sua Antigone non è un tramite, ma una rottura: colei che non resta fedele alla morte, ma alla relazione, al corpo, alla madre, alla memoria del vivente.

Da questa lettura è nata l’esigenza di interrogarla, di farla risalire dal fondo del mito per restituirle un corpo di parole tattili, fatte di filo.
Attraverso il ricamo ho raccolto il pensiero che Antigone non ha potuto pronunciare: un punto dopo l’altro, come un gesto di resistenza lenta, concreta, ostinata.
Questo filo non chiude nello spazio domestico del silenzio, ma tiene insieme nella parola, nell’ascolto dell’altra, generando pensiero agente, materia intra-attiva, capace di disfare i confini autoritari e restituire alle voci negate uno spazio vivo — dove la parola non è concessa ma cucita insieme, da corpo a corpo, in un atto di giustizia radicale, consapevole della responsabilità che ogni gesto comporta.
Come scrive Karen Barad: «La materia non è un’essenza fissa; piuttosto, la materia è sostanza nel suo divenire intra-attivo – non una cosa ma un farsi, un coagulo di agency.»

È anche alla voce di Marija Gimbutas che mi affido, riconoscendo in Antigone la traccia spezzata di una cultura arcaica della vita, dove la madre era principio attivo del cosmo, della conoscenza, della relazione.
In quella civiltà pre-patriarcale, oggi rimossa, la legge non nasceva per punire, ma per proteggere il legame.
Antigone è per me una delle Dee viventi: colei che, pur condannata, custodisce l’ordine profondo del mondo.

Ricamare le sue parole è stato riaprire un corpo simbolico sepolto, restituirle voce, tempo e superficie tattile.
È tracciare un linguaggio che non chiede più il permesso di esistere.
Ricamo per rompere il suo silenzio.
Per scegliere dove tagliare.
Per decidere cosa rimanere a tessere.

Antigone non cuce più.
Non c’è niente di più potente
di una donna
che smette di aggiustare.