Il ricamo come epistemologia del margine
Ilaria Margutti: Il ricamo come epistemologia del margine
Nel panorama dell’arte contemporanea italiana, dove la tensione tra tradizione e innovazione si consuma spesso in gesti manieristici o citazioni postmoderne, la ricerca di Ilaria Margutti si distingue per una radicalità silenziosa. Il suo lavoro va oltre il recupero del ricamo come medium artistico, operazione ormai consolidata nel dibattito femminista dell’arte dagli anni Settanta in poi. Margutti compie un gesto più ambizioso e concettualmente denso, trasformando ago e filo in strumenti epistemologici, capaci di interrogare tanto l’invisibile del trauma personale quanto quello dell’universo fisico.
Formata all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Margutti approda al ricamo dopo un percorso pittorico. Questo passaggio rappresenta uno slittamento ontologico che porta dalla rappresentazione alla relazione, dal segno al nodo, dalla superficie bidimensionale alla trama tridimensionale che include, necessariamente, il rovescio. Qui risiede uno degli aspetti più interessanti della sua poetica: il retro della tela diventa mappa generativa, archivio di connessioni invisibili, metafora operante della materia oscura che struttura il cosmo. Il dialogo con la fisica quantistica, mediato dalle teorie di Karen Barad, costituisce fondamento metodologico della sua ricerca. La nozione di “intra-azione” baradiana, secondo cui esistono solo relazioni che generano realtà, trova nel gesto del ricamo una perfetta incarnazione materiale. Ogni punto si configura come nodo di corrispondenze, presenza che vibra tra ciò che è visibile e ciò che resta celato nella trama del rovescio.
Questa consapevolezza teorica si intreccia indissolubilmente con una riflessione sul genere che attraversa il lavoro di Margutti come archeologia critica. Il ricamo porta con sé secoli di relegazione nell’ombra del “fare domestico”, quel territorio del femminile sistematicamente escluso dai linguaggi canonici del sapere occidentale. Margutti rivela la potenza epistemica di questa pratica, mostrando il ricamo come forma di pensiero che unisce corpo e mente, che procede per nodi e ritorni anziché per linearità assertive, che accoglie invece di imporre. In questo senso, i cicli Le Variabili del Cigno e Laniakea operano su un doppio registro. Da un lato restituiscono visibilità a figure femminili cancellate dalla storia della scienza, come l’astronoma Henrietta Swan Leavitt o la fisica quantistica Grete Hermann, pioniere di teorie rimaste inascoltate; dall’altro, costruiscono una genealogia alternativa del sapere, dove la pazienza metodica dell’osservazione stellare risuona con la precisione del gesto ricamato, dove misurare distanze cosmiche e tessere relazioni simboliche diventano atti contigui di una stessa pratica conoscitiva.
Laniakea, installazione composta da 25 pezzi ricamati su doppio strato che evocano la mappa dei superammassi galattici, rappresenta forse il momento di massima sintesi della ricerca di Margutti. Il titolo hawaiano, “immenso cielo”, rimanda a quella dimensione di vastità che l’artista insegue sin dalle opere più intime, tracciando un percorso che dal corpo ferito giunge alla soglia cosmica, attraverso una progressiva dilatazione dello sguardo che tiene insieme il particolare e l’universale nella tensione del filo. Qui la scelta del ricamo si rivela nella sua piena necessità. Serve una pratica che sia insieme locale e globale, micro e macro, superficie e profondità. Il filo ricamato traccia coordinate stellari sul diritto della tela mentre genera, sul rovescio, un reticolo caotico che diventa metafora visiva della complessità relazionale dell’universo. È un cosmo rovesciato dove la struttura nascosta si fa finalmente visibile, dove l’ordine apparente rivela la sua trama di connessioni imprevedibili.
Questa struttura formale si lega strettamente a una riflessione sul tempo che costituisce forse uno degli aspetti più radicali del lavoro di Margutti. In un’epoca dominata dall’accelerazione tecnologica e dalla produzione seriale di immagini, l’artista rivendica programmaticamente la lentezza. Si tratta di una scelta politica ed estetica insieme, un modo per opporre alla temporalità estrattiva del capitalismo cognitivo un tempo denso, dilatato, che si fa spazio di ascolto e trasformazione. Ogni opera richiede mesi, a volte anni. Il gesto del ricamo impone una presenza totale, uno stato di attenzione assoluta in cui, come scrive l’artista stessa, “mente e corpo coincidono”. È un tempo che sostanzia, che si attraversa piuttosto che misurarsi. In questa dimensione temporale altra risiede forse la più radicale proposta di resistenza di Margutti, ovvero custodire uno spazio dove il pensiero complesso possa ancora generarsi, dove l’errore e l’imperfezione divengano potenziale evolutivo.
La dimensione temporale del ricamo si estende naturalmente alla sfera relazionale attraverso i progetti partecipativi, in particolare le Tele di comunità realizzate in vari contesti, da CasermArcheologica, spazio pubblico recuperato a Sansepolcro (Ar), a diverse residenze artistiche. Qui l’opera si fa pretesto per tessere legami, aprire spazi di condivisione dove ogni partecipante può ricamare il proprio percorso emotivo e simbolico. La referenza a Maria Lai è esplicita e dichiarata, ma Margutti sviluppa una propria grammatica dell’arte partecipata, costruendo dispositivi concreti di ascolto reciproco. Il filo che passa di mano in mano genera un sapere condiviso che si configura come tessitura corale, dove ogni traccia porta memoria di un desiderio, di una ferita, di una possibilità. La relazione diventa, letteralmente, l’opera, estendendo la logica dell’intra-azione baradiana dalla dimensione cosmologica a quella sociale e politica.
Questo aspetto comunitario trova un ulteriore sviluppo nel ciclo attualmente in corso, Figlie dell’Infinito, che segna un ulteriore approfondimento teorico. Attraverso il dialogo con il pensiero di Luce Irigaray e il suo recupero filosofico del mito di Antigone (Antigone non cuce più), Margutti interroga la possibilità di un ordine simbolico alternativo a quello patriarcale dominante. La figura femminile non è più relegata al focolare domestico ma emerge come forza di resistenza e trasformazione, capace di generare altre forme del pensiero e dell’esistenza. Il coinvolgimento delle sue studentesse in questo processo costituisce una scelta metodologica coerente con la sua ricerca. la trasmissione generazionale del sapere delle donne, storicamente affidata a pratiche informali e corporee come appunto il ricamo, diventa qui dispositivo artistico e politico. Le giovani donne che ricamano insieme alla loro insegnante partecipano a una riscrittura collettiva del femminile, gesto per gesto, punto per punto.
Proprio questa insistenza sul gesto manuale, sulla presenza corporea, sulla materialità del processo assume un significato ulteriore di fronte all’irruzione dell’intelligenza artificiale nel campo artistico. Margutti assume una posizione lucida: ogni tecnologia è amplificatore di possibilità, ma porta con sé il rischio della disincarnazione, della perdita del limite e dell’imperfezione che costituiscono il significato profondo della vita. La sua scelta di permanere nel gesto manuale, nella lentezza del ricamo, propone un’altra postura, un modo di abitare il presente che custodisce il corpo, che preserva l’errore come potenziale creativo, che mantiene aperta la domanda invece di delegarla alla velocità computazionale. In questo senso, il lavoro di Margutti si offre come necessario contrappunto all’egemonia dell’immateriale, per aprire futuri alternativi.
Il lavoro di Ilaria Margutti si colloca deliberatamente sulle soglie, abitando lo spazio tra arte e scienza, tra intimo e cosmico, tra visibile e invisibile, tra tradizione e innovazione. Ma sono spazi liminali abitati con consapevolezza, dove la complessità può dispiegarsi senza riduzioni. Il suo ricamo interroga il mondo, incarna teorie, propone un sistema altro, fondato su valori di relazione, ascolto, cura, precisione, pazienza. Valori storicamente associati al femminile e per questo a lungo marginalizzati, che Margutti riporta al centro per una riconfigurazione profonda del campo.
In un momento storico in cui l’arte rischia sempre più di ridursi a intrattenimento o speculazione finanziaria, la ricerca di Margutti custodisce qualcosa di prezioso e sempre più raro, ovvero la capacità di fare del gesto artistico un atto di conoscenza e trasformazione, una pratica di resistenza che si rigenera nella ripetizione, un modo di interrogare l’infinito restando fermi, con ago e filo in mano, nell’attesa paziente che qualcosa si riveli. Il filo teso tra le stelle e il corpo, tra la ferita personale e la materia oscura dell’universo, tra la storia cancellata delle donne della scienza e le mani delle giovani studentesse che oggi ricamano, è lo stesso filo che attraversa tutta la sua opera, configurandosi come un tentativo ostinato, preciso, infinitamente fragile e infinitamente necessario, di ricucire ciò che si è smagliato nel tessuto del mondo.
Opere citate, ricamo a mano su tela
Le Variabili del Cigno (bianco/nero) 2021
Le Variabili del Cigno (Blu) 2022
Laniakea 2024
Figlie dell’Infinito 2024/25
Arcipelaghi 2025
Tele di comunità 2022/2026

Figlie dell’infinito – composizione 130×80.
